Iniziamo con una stonatura, un piccolo disagio: “ragazzini”. A chi ci si rivolge in questo modo? A persone che ancora minorenni si trovano ad intraprendere un viaggio, più o meno lungo, più o meno pericoloso, per poi trovarsi soli, lontano da casa e con una vita da ricostruire in un Paese straniero, un Paese che non li accoglie volentieri (anzi)? Che appellativo sarebbe questo, “ragazzini”, per chi è costretto a crescere troppo in fretta e a bruciare le tappe della propria infanzia, per farsi carico di un progetto difficile, il proprio e di coloro che sono rimasti a casa e che si aspettano pure – in una sorta di inversione dei ruoli figlio/genitori, minore/adulto – forme di rimessa economica? Sì, l’appellativo “ragazzini” è sgarbato, inappropriato, irrispettoso e ci mette a disagio. Bene. Un po’ di disagio, per cominciare, è proprio ciò che ci vuole per uscire da uno schema altrimenti scontato. Lo schema è quello che ci fa incasellare ordinatamente la questione dei minori stranieri non accompagnati in una casistica specifica e identificabile dei flussi migratori contemporanei. Ci sono “i migranti” e tra questi quelli minorenni che partono soli, per poi essere accolti nel Paese di arrivo secondo un percorso privilegiato, poiché le nostre leggi li distinguono in quanto minori e le convenzioni alle quali abbiamo aderito danno loro diritti speciali, e a noi, speciali doveri di tutela. “Che furbi”, il nostro inconfessabile pensiero, perdendo di vista il punto centrale: li vediamo come “migranti”, invece sono prima di tutto minorenni, “ragazzini”, per l’appunto. Ed ora l’appellativo ha un tono di intima confidenza, quella che non ti offende, quella che ti accomuna alla condizione di tutti gli altri e serve a spostare il nostro sguardo su questa condizione, questa comunanza: essere adolescenti (come tanti, come i nostri), sempre un po’ spersi in questa epoca contemporanea. Proviamo, per iniziare, allora a pensarli così. Come ragazzi e ragazze che cercano di diventare grandi, di emanciparsi e di realizzarsi, in un contesto che oggi, per molti e diversi aspetti, possiamo riconoscere ostile a chi, vulnerabile, cerca il proprio posto nel mondo. È questo che ci deve ingaggiare sul piano educativo, perché noi – come studiosi e operatori dell’accoglienza, ma anche come cittadini – possiamo essere una parte meno ostile di questo contesto, e magari essere aiuto, giusta condizione per realizzare (anche) le loro vite.

Ragazzini che migrano soli. Pericoli, diritti ed emancipazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati.

Luca Agostinetto
2025

Abstract

Iniziamo con una stonatura, un piccolo disagio: “ragazzini”. A chi ci si rivolge in questo modo? A persone che ancora minorenni si trovano ad intraprendere un viaggio, più o meno lungo, più o meno pericoloso, per poi trovarsi soli, lontano da casa e con una vita da ricostruire in un Paese straniero, un Paese che non li accoglie volentieri (anzi)? Che appellativo sarebbe questo, “ragazzini”, per chi è costretto a crescere troppo in fretta e a bruciare le tappe della propria infanzia, per farsi carico di un progetto difficile, il proprio e di coloro che sono rimasti a casa e che si aspettano pure – in una sorta di inversione dei ruoli figlio/genitori, minore/adulto – forme di rimessa economica? Sì, l’appellativo “ragazzini” è sgarbato, inappropriato, irrispettoso e ci mette a disagio. Bene. Un po’ di disagio, per cominciare, è proprio ciò che ci vuole per uscire da uno schema altrimenti scontato. Lo schema è quello che ci fa incasellare ordinatamente la questione dei minori stranieri non accompagnati in una casistica specifica e identificabile dei flussi migratori contemporanei. Ci sono “i migranti” e tra questi quelli minorenni che partono soli, per poi essere accolti nel Paese di arrivo secondo un percorso privilegiato, poiché le nostre leggi li distinguono in quanto minori e le convenzioni alle quali abbiamo aderito danno loro diritti speciali, e a noi, speciali doveri di tutela. “Che furbi”, il nostro inconfessabile pensiero, perdendo di vista il punto centrale: li vediamo come “migranti”, invece sono prima di tutto minorenni, “ragazzini”, per l’appunto. Ed ora l’appellativo ha un tono di intima confidenza, quella che non ti offende, quella che ti accomuna alla condizione di tutti gli altri e serve a spostare il nostro sguardo su questa condizione, questa comunanza: essere adolescenti (come tanti, come i nostri), sempre un po’ spersi in questa epoca contemporanea. Proviamo, per iniziare, allora a pensarli così. Come ragazzi e ragazze che cercano di diventare grandi, di emanciparsi e di realizzarsi, in un contesto che oggi, per molti e diversi aspetti, possiamo riconoscere ostile a chi, vulnerabile, cerca il proprio posto nel mondo. È questo che ci deve ingaggiare sul piano educativo, perché noi – come studiosi e operatori dell’accoglienza, ma anche come cittadini – possiamo essere una parte meno ostile di questo contesto, e magari essere aiuto, giusta condizione per realizzare (anche) le loro vite.
2025
Rimettere i diritti al centro. Infanzia, partecipazione, equità.
9788835173199
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.
Pubblicazioni consigliate

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11577/3612658
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
  • OpenAlex ND
social impact