L’evocazione del plesso centaurico vale di norma a suggerire, nel sentire comune e nel sistema delle rappresentazioni collettive, l’idea di un fondo incancellabilmente violento, fomite inestinguibile di colleriche conflittualità e mascolinità predatoria. Al rovescio, sul versante euforico di un centaurismo benevolmente atteggiato, si dà la più rassicurante eppur misteriosa personalità di Chirone, nelle cui non marginali occorrenze entro le effemeridi della mitologia greca si costella l’archetipo della Bildung eroica, affidata al magistero sapienziale di una guida fuori del comune. Di questo immaginario diffuso, storicamente consolidato in innumerevoli figurazioni, si incontreranno solo deboli tracce e pallidi riflessi nel presente volume, che si concentra invece sulle civiltà militari, le tradizioni etniche e le pratiche professionali nelle quali si riconoscono un lifestyle e un sentire equestri di tipo fusionale, autenticamente centaurici, fondati sulla giunzione uomo-cavallo e capaci di generare, anche in virtù della loro iconicità, molteplici attualizzazioni nelle culture artistiche e in letteratura. Un uomo a cavallo, saldamente piantato in arcione e organicamente congiunto col quadrupede che lo porta in groppa, trascende la sua natura prima, eccede il suo stato ordinario e si sublima, facendosi altro da sé e trovando una sorta di promozione ascensionale. Innalzato in sella, il cavaliere – termine che in italiano confonde ambiguamente in sé le coppie cavalier/chevalier, horseman/knight, jinete/caballero – non soltanto risulta accresciuto e potenziato nelle sue risorse, guadagnando in velocità di spostamento e dinamismo impattante negli assalti, ma aggiunge a questi concreti vantaggi di performance una sorta di aura che proviene dalla verticalizzazione della figura, dalla corsa rapinosa evocante il volo magico e dalla perturbante ibridazione del tronco umano emergente da un corpo equino. Per questi motivi, esiste uno speciale carisma che avvolge i soldati a cavallo di ogni tempo e contesto — dall’antichità all’età di mezzo, dalle foreste bretoni ai canyon del western, dalle lizze dei tornei alle steppe dell’Asia centrale —, con la loro sprezzante e festosa vanagloria, i loro addobbi policromi agitati dal vento, il dondolio ritmato della loro elastica allure e l’horror magico-sacrale che si spande all’apparire dei loro profili sovrumani e delle loro armi lucenti. Più che dall’efficienza delle loro prestazioni, i prestigi degli uomini montati discendono dalla splendida terribilità e dalle minacciose attrattive della loro silhouette incombente — fascinosa e nondimeno tremenda. Sono gli eredi del centauro.
Gli eredi del centauro L’archetipo della giunzione uomo-cavallo nelle culture e nelle rappresentazioni letterarie
Alvaro Barbieri;Elena Muzzolon
2025
Abstract
L’evocazione del plesso centaurico vale di norma a suggerire, nel sentire comune e nel sistema delle rappresentazioni collettive, l’idea di un fondo incancellabilmente violento, fomite inestinguibile di colleriche conflittualità e mascolinità predatoria. Al rovescio, sul versante euforico di un centaurismo benevolmente atteggiato, si dà la più rassicurante eppur misteriosa personalità di Chirone, nelle cui non marginali occorrenze entro le effemeridi della mitologia greca si costella l’archetipo della Bildung eroica, affidata al magistero sapienziale di una guida fuori del comune. Di questo immaginario diffuso, storicamente consolidato in innumerevoli figurazioni, si incontreranno solo deboli tracce e pallidi riflessi nel presente volume, che si concentra invece sulle civiltà militari, le tradizioni etniche e le pratiche professionali nelle quali si riconoscono un lifestyle e un sentire equestri di tipo fusionale, autenticamente centaurici, fondati sulla giunzione uomo-cavallo e capaci di generare, anche in virtù della loro iconicità, molteplici attualizzazioni nelle culture artistiche e in letteratura. Un uomo a cavallo, saldamente piantato in arcione e organicamente congiunto col quadrupede che lo porta in groppa, trascende la sua natura prima, eccede il suo stato ordinario e si sublima, facendosi altro da sé e trovando una sorta di promozione ascensionale. Innalzato in sella, il cavaliere – termine che in italiano confonde ambiguamente in sé le coppie cavalier/chevalier, horseman/knight, jinete/caballero – non soltanto risulta accresciuto e potenziato nelle sue risorse, guadagnando in velocità di spostamento e dinamismo impattante negli assalti, ma aggiunge a questi concreti vantaggi di performance una sorta di aura che proviene dalla verticalizzazione della figura, dalla corsa rapinosa evocante il volo magico e dalla perturbante ibridazione del tronco umano emergente da un corpo equino. Per questi motivi, esiste uno speciale carisma che avvolge i soldati a cavallo di ogni tempo e contesto — dall’antichità all’età di mezzo, dalle foreste bretoni ai canyon del western, dalle lizze dei tornei alle steppe dell’Asia centrale —, con la loro sprezzante e festosa vanagloria, i loro addobbi policromi agitati dal vento, il dondolio ritmato della loro elastica allure e l’horror magico-sacrale che si spande all’apparire dei loro profili sovrumani e delle loro armi lucenti. Più che dall’efficienza delle loro prestazioni, i prestigi degli uomini montati discendono dalla splendida terribilità e dalle minacciose attrattive della loro silhouette incombente — fascinosa e nondimeno tremenda. Sono gli eredi del centauro.Pubblicazioni consigliate
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