Il contributo prende le mosse da una celebre immagine critica di Mario Mancini, quella del «cavaliere nel vuoto», elaborata a partire dall’estasi pensosa di Perceval davanti alle tre gocce di sangue sulla neve. A partire da questa figura, l’articolo indaga una costellazione affine e più radicale: il cavaliere nell’abisso. Attraverso l’analisi di una serie di occorrenze formulari – chëoir en abisme, fondre en abisme – nella narrativa arturiana d’oïl, in particolare nella Suite Vulgate du Merlin, nella Suite romanesque, nella Queste del Saint Graal, nell’Agravain, nel Lancelot en prose e nel Livre d’Artus, lo studio mostra come l’abisso non designi soltanto una scomparsa fisica o una generica iperbole spaziale, ma una regione simbolica di latenza, perdita e trasformazione. L’abisso appare come il correlativo oscuro dell’aventure: luogo in cui la cerca rischia di ripiegarsi nel vuoto, ma anche centro di attrazione da cui il movimento narrativo viene costantemente rilanciato. Cavalieri, re e figure liminari come Merlino e Lancelot vi sprofondano in modi diversi: nella furia della battaglia, nella sparizione dal mondo, nella follia amorosa, nella prigionia oltremondana, nella visione mistica o nel confronto con il mostruoso. Il contributo mette in relazione queste immagini con il valore biblico, mistico e cosmologico dell’abisso, inteso come caos preformale, profondità dell’io, luogo di alienazione estatica e promessa di rigenerazione. Ne emerge una topografia simbolica del romanzo cavalleresco d’oïl, nella quale l’abisso rappresenta insieme minaccia di annientamento e riserva di potenza: spazio dell’indistinzione, ma anche grembo delle virtualità narrative. Attraversare l’abisso senza esserne inghiottiti significa allora accedere al momento iniziatico della prova: il cavaliere, sospeso fra corte e foresta, ordine e caos, memoria e oblio, può riemergere trasformato soltanto dopo aver sfiorato il punto in cui la forma rischia di dissolversi.

Il cavaliere nell’abisso: vertigine delle latenze e topografia del vuoto nel romanzo cavalleresco d’oïl

Elena Muzzolon
2025

Abstract

Il contributo prende le mosse da una celebre immagine critica di Mario Mancini, quella del «cavaliere nel vuoto», elaborata a partire dall’estasi pensosa di Perceval davanti alle tre gocce di sangue sulla neve. A partire da questa figura, l’articolo indaga una costellazione affine e più radicale: il cavaliere nell’abisso. Attraverso l’analisi di una serie di occorrenze formulari – chëoir en abisme, fondre en abisme – nella narrativa arturiana d’oïl, in particolare nella Suite Vulgate du Merlin, nella Suite romanesque, nella Queste del Saint Graal, nell’Agravain, nel Lancelot en prose e nel Livre d’Artus, lo studio mostra come l’abisso non designi soltanto una scomparsa fisica o una generica iperbole spaziale, ma una regione simbolica di latenza, perdita e trasformazione. L’abisso appare come il correlativo oscuro dell’aventure: luogo in cui la cerca rischia di ripiegarsi nel vuoto, ma anche centro di attrazione da cui il movimento narrativo viene costantemente rilanciato. Cavalieri, re e figure liminari come Merlino e Lancelot vi sprofondano in modi diversi: nella furia della battaglia, nella sparizione dal mondo, nella follia amorosa, nella prigionia oltremondana, nella visione mistica o nel confronto con il mostruoso. Il contributo mette in relazione queste immagini con il valore biblico, mistico e cosmologico dell’abisso, inteso come caos preformale, profondità dell’io, luogo di alienazione estatica e promessa di rigenerazione. Ne emerge una topografia simbolica del romanzo cavalleresco d’oïl, nella quale l’abisso rappresenta insieme minaccia di annientamento e riserva di potenza: spazio dell’indistinzione, ma anche grembo delle virtualità narrative. Attraversare l’abisso senza esserne inghiottiti significa allora accedere al momento iniziatico della prova: il cavaliere, sospeso fra corte e foresta, ordine e caos, memoria e oblio, può riemergere trasformato soltanto dopo aver sfiorato il punto in cui la forma rischia di dissolversi.
2025
Gai saber. La filologia di Mario Mancini
978-88-6058-143-3
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