Il saggio analizza il ruolo centrale svolto dalla Repubblica di Venezia nella gestione delle acque tra il XV e il XVII secolo, evidenziando come tale intervento abbia inciso profondamente sull’assetto idrogeologico e sul paesaggio della pianura veneta. La sopravvivenza stessa della laguna veneziana, minacciata alternativamente dall’interramento fluviale e dall’ingressione marina, rese necessario un controllo continuo e sistematico dei bacini idrografici dell’alto Adriatico, controllo che Venezia esercitò con strumenti politici, amministrativi e tecnici di notevole efficacia. Il mutamento decisivo nella politica idraulica veneziana viene ricondotto alla concomitanza di tre fattori tra Quattro e Cinquecento: l’innalzamento del livello marino, la conquista della terraferma e la crescente importanza strategica ed economica delle reti fluviali, delle bonifiche e delle fortificazioni moderne. In questo contesto, la gestione delle acque divenne una questione di interesse generale dello Stato, con la dichiarazione del carattere demaniale di fiumi, argini e laguna e con la possibilità di intervenire direttamente sui corsi d’acqua. Il dibattito politico si articolò attorno al confronto tra il cosiddetto partito del mare, favorevole alla salvaguardia della laguna e delle attività portuali, e il partito della terra, orientato alla bonifica e alla separazione tra laguna e campagna. La soluzione perseguita fu un compromesso pragmatico che consentì sia la difesa delle bocche lagunari attraverso deviazioni fluviali e dragaggi, sia l’espansione delle superfici coltivabili mediante ampie opere di bonifica. Fondamentale fu la creazione di nuove magistrature specializzate (Savi ed Esecutori alle acque, Collegio alle acque, Provveditori sopra i Beni Inculti), che garantirono continuità amministrativa, controllo politico e coordinamento tecnico. A queste si affiancò un articolato apparato di ingegneri e tecnici, responsabili di progetti, perizie e interventi operativi. Le principali direttrici d’azione furono la deviazione dei grandi fiumi (Brenta, Piave, Sile, Po), la bonifica fondiaria e lo sviluppo di un fitto reticolo di canali e rogge, funzionali non solo all’agricoltura ma anche alle attività protoindustriali e ai trasporti. Il risultato fu un significativo aumento della produzione agricola, l’autosufficienza cerealicola e una forte valorizzazione della grande proprietà fondiaria, soprattutto aristocratica. Nel complesso, la politica veneziana delle acque contribuì in modo decisivo alla trasformazione economica, sociale e ambientale del Veneto in età moderna.
La Serenissima e le acque
Panciera
2025
Abstract
Il saggio analizza il ruolo centrale svolto dalla Repubblica di Venezia nella gestione delle acque tra il XV e il XVII secolo, evidenziando come tale intervento abbia inciso profondamente sull’assetto idrogeologico e sul paesaggio della pianura veneta. La sopravvivenza stessa della laguna veneziana, minacciata alternativamente dall’interramento fluviale e dall’ingressione marina, rese necessario un controllo continuo e sistematico dei bacini idrografici dell’alto Adriatico, controllo che Venezia esercitò con strumenti politici, amministrativi e tecnici di notevole efficacia. Il mutamento decisivo nella politica idraulica veneziana viene ricondotto alla concomitanza di tre fattori tra Quattro e Cinquecento: l’innalzamento del livello marino, la conquista della terraferma e la crescente importanza strategica ed economica delle reti fluviali, delle bonifiche e delle fortificazioni moderne. In questo contesto, la gestione delle acque divenne una questione di interesse generale dello Stato, con la dichiarazione del carattere demaniale di fiumi, argini e laguna e con la possibilità di intervenire direttamente sui corsi d’acqua. Il dibattito politico si articolò attorno al confronto tra il cosiddetto partito del mare, favorevole alla salvaguardia della laguna e delle attività portuali, e il partito della terra, orientato alla bonifica e alla separazione tra laguna e campagna. La soluzione perseguita fu un compromesso pragmatico che consentì sia la difesa delle bocche lagunari attraverso deviazioni fluviali e dragaggi, sia l’espansione delle superfici coltivabili mediante ampie opere di bonifica. Fondamentale fu la creazione di nuove magistrature specializzate (Savi ed Esecutori alle acque, Collegio alle acque, Provveditori sopra i Beni Inculti), che garantirono continuità amministrativa, controllo politico e coordinamento tecnico. A queste si affiancò un articolato apparato di ingegneri e tecnici, responsabili di progetti, perizie e interventi operativi. Le principali direttrici d’azione furono la deviazione dei grandi fiumi (Brenta, Piave, Sile, Po), la bonifica fondiaria e lo sviluppo di un fitto reticolo di canali e rogge, funzionali non solo all’agricoltura ma anche alle attività protoindustriali e ai trasporti. Il risultato fu un significativo aumento della produzione agricola, l’autosufficienza cerealicola e una forte valorizzazione della grande proprietà fondiaria, soprattutto aristocratica. Nel complesso, la politica veneziana delle acque contribuì in modo decisivo alla trasformazione economica, sociale e ambientale del Veneto in età moderna.Pubblicazioni consigliate
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