Il capitolo esplora l'utilizzo del concetto di "guerra civile" per descrivere il primo dopoguerra italiano (1919-1922). L'autrice esamina come questa locuzione sia stata impiegata nel dibattito politico dell'epoca, sia da parte fascista che socialista, spesso come strumento retorico per delegittimare gli avversari. Successivamente, analizza come la storiografia abbia interpretato quel periodo in termini di guerra civile, evidenziando diverse posizioni e approcci. Infine, l'autrice si interroga sulla correttezza scientifica di definire il primo dopoguerra italiano come una guerra civile. Nonostante l'alta conflittualità e la violenza politica che caratterizzarono quegli anni, l'autrice conclude che non si possa parlare propriamente di guerra civile. Le ragioni principali sono l'assenza di una perdita completa del controllo del territorio da parte dello Stato, la mancanza di un vero scontro armato tra due fazioni organizzate per il controllo statale, e il fatto che la violenza fascista, pur essendo eversiva, si configurò più come azione repressiva spesso tollerata dallo Stato che come guerra civile vera e propria. Il capitolo si conclude invitando a una lettura più articolata e complessa di quel periodo storico, suggerendo di analizzare i diversi progetti politici in campo al di là delle semplificazioni ideologiche. L'autrice sottolinea l'importanza di comprendere non solo la legittimità o meno degli attori politici, ma anche i tipi di società che intendevano configurare, i rapporti di forza che volevano costruire e gli strumenti a loro disposizione per farlo.

Il primo dopoguerra: una guerra civile?

Giulia Albanese
2025

Abstract

Il capitolo esplora l'utilizzo del concetto di "guerra civile" per descrivere il primo dopoguerra italiano (1919-1922). L'autrice esamina come questa locuzione sia stata impiegata nel dibattito politico dell'epoca, sia da parte fascista che socialista, spesso come strumento retorico per delegittimare gli avversari. Successivamente, analizza come la storiografia abbia interpretato quel periodo in termini di guerra civile, evidenziando diverse posizioni e approcci. Infine, l'autrice si interroga sulla correttezza scientifica di definire il primo dopoguerra italiano come una guerra civile. Nonostante l'alta conflittualità e la violenza politica che caratterizzarono quegli anni, l'autrice conclude che non si possa parlare propriamente di guerra civile. Le ragioni principali sono l'assenza di una perdita completa del controllo del territorio da parte dello Stato, la mancanza di un vero scontro armato tra due fazioni organizzate per il controllo statale, e il fatto che la violenza fascista, pur essendo eversiva, si configurò più come azione repressiva spesso tollerata dallo Stato che come guerra civile vera e propria. Il capitolo si conclude invitando a una lettura più articolata e complessa di quel periodo storico, suggerendo di analizzare i diversi progetti politici in campo al di là delle semplificazioni ideologiche. L'autrice sottolinea l'importanza di comprendere non solo la legittimità o meno degli attori politici, ma anche i tipi di società che intendevano configurare, i rapporti di forza che volevano costruire e gli strumenti a loro disposizione per farlo.
2025
Il fascismo, un regime di guerra
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