La recente evoluzione che sta caratterizzando la nostra realtà in termini di globalizzazione pone certamente uno spunto di riflessione relativamente alla possibile necessità di rivisitazione, per non dire, rifondazione concettuale dei diritti umani; non si può non considerare la circostanza che la globalizzazione ha portato ad un incontro sempre più frequente fra varie e sempre più numerose culture e religioni le quali tutte, secondo la propria prospettiva, rivendicano il diritto di partecipare al momento individuativo del contenuto dei diritti umani e delle modalità di loro tutela. Punto di partenza, comunque, che rimane imprescindibile è la centralità della religione o, se vogliamo, dell’elemento religioso nella determinazione ed individuazione del concetto di diritti umani, in quanto è (e continua ad essere) la religione che offre il mitema assimilante della vita e il panorama ove si svolge la vita umana. Malgrado ci siano stati e continuino ad esserci delle evidenti divergenze (e a volte contrasti) nella scelta delle modalità attuative, è certamente di natura religiosa la problematica attinente l’individuazione del fine dell’uomo. Si deve però inevitabilmente osservare che nel presente non vi è una tradizione culturale o religiosa che riesca da sola a promettere una soluzione ai problemi relativi alla condizione dell’uomo e al suo destino e fine. Nell’attuale contesto che si caratterizza per uno sviluppo in termini di interculturalità e pluralismo, diviene ineludibile e necessitato un dialogo e un reciproco riconoscimento fra le diverse culture, tradizioni umane e le loro religioni. Se questo non verrà fatto, non si potrà instaurare un vero dialogo tra le culture relativamente all’idea dei diritti umani. E’ indubbio che il contributo delle varie religioni all’edificazione, individuazione e sviluppo dei diritti umani è stato caratterizzato da una partecipazione parziale delle varie culture e ad un dialogo molto limitato. Dato che l’idea così come individuata di diritto dell’uomo ha origini culturali prevalentemente occidentali e legate ad una matrice cristiana, l’opera di dialogo e di uniformità dovrà partire da questo presupposto per poi evolversi autenticamente nel dialogo con le altre religioni e culture. E’ sempre più necessario, infatti, che le varie (anche distanti) culture e le rispettive (anche molto lontane) religioni comincino un dialogo profondo al fine di individuare un terreno comune, che si fonda sostanzialmente proprio sull’idea (inevitabilmente comune ed unica) di uomo. In una società quale quella moderna, nella quale, anche all’interno della medesima organizzazione politica convivono in una situazione di sostanziale uguaglianza di diritti le varie diverse religioni, la posizione dello Stato deve (come in parte ha già fatto) evolversi a svolgere una funzione di equidistanza che consenta, grazie alla garanzia da questo offerto, il dialogo, il dialogo mirante ad individuare, nel rispetto delle inevitabilmente diverse prospettive, un’idea unica (rectius comune) di fine e di senso della vita umana. Solo così riusciremmo nell’opera necessaria e necessitata, anche nell’ambito dei diritti umani, di “riconoscimento del bene comune” che altro non è che “il riconoscimento in comune del Bene”.
Brevi note sulle radici della «selva» dei diritti umani. L'evoluzione dei diritti tra religione e politica.
TASSO, TORQUATO GIORDANO
2010
Abstract
La recente evoluzione che sta caratterizzando la nostra realtà in termini di globalizzazione pone certamente uno spunto di riflessione relativamente alla possibile necessità di rivisitazione, per non dire, rifondazione concettuale dei diritti umani; non si può non considerare la circostanza che la globalizzazione ha portato ad un incontro sempre più frequente fra varie e sempre più numerose culture e religioni le quali tutte, secondo la propria prospettiva, rivendicano il diritto di partecipare al momento individuativo del contenuto dei diritti umani e delle modalità di loro tutela. Punto di partenza, comunque, che rimane imprescindibile è la centralità della religione o, se vogliamo, dell’elemento religioso nella determinazione ed individuazione del concetto di diritti umani, in quanto è (e continua ad essere) la religione che offre il mitema assimilante della vita e il panorama ove si svolge la vita umana. Malgrado ci siano stati e continuino ad esserci delle evidenti divergenze (e a volte contrasti) nella scelta delle modalità attuative, è certamente di natura religiosa la problematica attinente l’individuazione del fine dell’uomo. Si deve però inevitabilmente osservare che nel presente non vi è una tradizione culturale o religiosa che riesca da sola a promettere una soluzione ai problemi relativi alla condizione dell’uomo e al suo destino e fine. Nell’attuale contesto che si caratterizza per uno sviluppo in termini di interculturalità e pluralismo, diviene ineludibile e necessitato un dialogo e un reciproco riconoscimento fra le diverse culture, tradizioni umane e le loro religioni. Se questo non verrà fatto, non si potrà instaurare un vero dialogo tra le culture relativamente all’idea dei diritti umani. E’ indubbio che il contributo delle varie religioni all’edificazione, individuazione e sviluppo dei diritti umani è stato caratterizzato da una partecipazione parziale delle varie culture e ad un dialogo molto limitato. Dato che l’idea così come individuata di diritto dell’uomo ha origini culturali prevalentemente occidentali e legate ad una matrice cristiana, l’opera di dialogo e di uniformità dovrà partire da questo presupposto per poi evolversi autenticamente nel dialogo con le altre religioni e culture. E’ sempre più necessario, infatti, che le varie (anche distanti) culture e le rispettive (anche molto lontane) religioni comincino un dialogo profondo al fine di individuare un terreno comune, che si fonda sostanzialmente proprio sull’idea (inevitabilmente comune ed unica) di uomo. In una società quale quella moderna, nella quale, anche all’interno della medesima organizzazione politica convivono in una situazione di sostanziale uguaglianza di diritti le varie diverse religioni, la posizione dello Stato deve (come in parte ha già fatto) evolversi a svolgere una funzione di equidistanza che consenta, grazie alla garanzia da questo offerto, il dialogo, il dialogo mirante ad individuare, nel rispetto delle inevitabilmente diverse prospettive, un’idea unica (rectius comune) di fine e di senso della vita umana. Solo così riusciremmo nell’opera necessaria e necessitata, anche nell’ambito dei diritti umani, di “riconoscimento del bene comune” che altro non è che “il riconoscimento in comune del Bene”.Pubblicazioni consigliate
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